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San Marco in Lamis è un comune pugliese di 14.754 (7.159m; 7.595f) abitanti della provincia di Foggia. Fa parte del Parco Nazionale del Gargano e della Comunità Montana del Gargano e i suoi abitanti sono noti come sammarchesi.

La storia della città si intreccia con quella del santuario di San Matteo, il cui edificio a prima vista può essere scambiato per un'antica fortezza, ma in realtà è un monastero di frati cappuccini risalente al IX-X secolo. Nel medioevo l'imponente struttura garantiva protezione agli abitanti del luogo, per la sua posizione inespugnabile, arroccata su un colle.
Il centro storico denominato Padula (palude) (lamis in latino equivale proprio a palude) è di tipo medievale, con case basse a schiera prevalentemente bianche con strade strette e vicoli ciechi.
Mirabile è la descrizione che ne ha fatto Riccardo Bacchelli nella sua novella Il brigante di Tacca del Lupo: "Come uno spaccato verde tra aridi colli, s'apriva, fresco d'alba, il vallone dove si stipa San Marco in Lamis, paese singolare per la distribuzione regolare delle strade ai lati della via maestra, onde le rosse, vivide file di tetti a due spioventi uguali, uguali anch'esse le case d'altezza e dimensione, si allineano e si spartiscono come un ammattonato a spina..."

Sulla Via Sacra Langobardorum, si trovano a ridosso del paese i due conventi francescani di San Matteo e di Santa Maria di Stignano, la cui storia risulta intimamente legata a quella dei sammarchesi e della loro città.
Il convento di San Matteo fu edificato dai Benedettini tra il IX e X secolo su un preesistente hospitium ed è assurto al massimo splendore intorno all'anno 1000. Dopo alterne fortune, nel XVI secolo vede l'insediamento dei frati Francescani che ne fecero oltre che un centro di culto e di studio, anche un punto di riferimento per le attività economiche e sociali della zona. Durante il 1800 subì le restrizioni imposte prima dai Francesi e poi dallo Stato Italiano Unitario con le sue leggi soppressive degli Ordini Religiosi.
Ma la paziente ed instancabile operosità dei frati Francescani ha fatto rifiorire l'antico splendore del convento sia nella struttura dell'imponente edificio che nel fervore del culto popolare.
Oggi, nel XXI secolo, arroccato su una salda rupe a dominare la sottostante valle in cui sorge San Marco in Lamis, appare alle persone sensibili come un faro che guida ed ammonisce. Meta di molti fedeli e pellegrini, rappresenta anche un punto di riferimento per i tanti studiosi che hanno la possibilità di fruire della sua voluminosa Biblioteca (oltre 70.000 volumi, con un fondo antico, che comprende libri stampati tra la fine del sec. XV e il sec XVIII, e, fra l'altro, 10 incunaboli, 200 cinquecentine e circa 1000 seicentine).
All'interno del convento sono conservati oltre 600 ex voto.
Essi rappresentano la testimonianza più espressiva della fede e della pietà popolare sviluppatasi nel Santuario di San Matteo. Queste tavolette votive narrano di una serie infinita di disgrazie fisiche e morali (dal morso dell'asino all'incidente nei campi, dallo scoppio del fucile durante la caccia all'incidente d'auto, dal tentativo di omicidio all'assalto dei briganti, dai bombardamenti aerei alla malattia mortale, dalle cadute dalle impalcature a quelle nei pozzi). Uno degli ultimi, un cartoncino disegnato a mano, esprime uno dei più moderni e reali pericula, quello scampato dall'anonimo disegnatore negli esami universitari di medicina dinanzi all'apposita commissione.

A quattro Km. circa da San Marco in Lamis, nella amena valle omonima, si trova il Convento di Santa Maria di Stignano, le cui origini sono legate ai pellegrinaggi che si svolgevano sulla Via Sacra Langobardorum. Infatti esso era uno dei tanti eremi ed oratori che costellavano i pendii della zona e che fungevano da posti di riposo e di conforto ai numerosi romei che qui stazionavano prima di affrontare la restante faticosa via per Monte Sant'Angelo.
I Frati Francescani fecero di questo Convento una casa di studio e di noviziato per la formazione dei religiosi.
Il fenomeno del brigantaggio post unitario rappresentò per il Convento un periodo di decadenza. Il 15 aprile 1863, sotto il grande arco che unisce la chiesa all'antica casa del Barone di Rignano, un colpo di fucile mise fine alla drammatica carriera di Nicandro Polignone, uno dei capi briganti.
Fu chiuso nel 1862 per il dilagare del brigantaggio e fu riaperto nel 1864.
Al di fuori si ammira la magnifica facciata cinquecentesca della Chiesa di stile romanico abruzzese. L'interno della chiesa, sobrio e modesto, invita al raccoglimento e alla preghiera. L'altare maggiore è stato progettato dal Prof. Luigi Schingo da San Severo. Nell'aula magna del Convento vi è una cattedra settecentesca con magnifiche pitture sulla vita della Madonna.
Nell'interno dell'edificio si può ammirare l'incantevole loggiato cinquecentesco con il pregevolissimo portale del 1576 e le pitture cicliche sulla vita di S. Francesco.

La città è nota soprattutto per la tradizionale Processione delle "fracchie", una manifestazione religiosa popolare molto suggestiva e unica nel suo genere che si ripete puntualmente da circa tre secoli ogni Venerdì Santo per la rievocazione della Passione di Cristo. Le fracchie sono delle enormi fiaccole, realizzate con grossi tronchi di albero aperti longitudinalmente a forma di cono e riempiti di legna, per essere incendiate all'imbrunire e divenire quindi dei falò ambulanti che illuminano il cammino della Madonna Addolorata lungo le strade del paese alla ricerca del Figlio morto.
Sembra che le origini di questo rito risalgano ai primi anni del XVIII secolo, epoca di edificazione della chiesa della Addolorata e le sue ragioni, oltre che di ordine religioso e devozionale, vadano collegate anche ad una motivazione di ordine pratico riconducibile alle precise condizioni fisiche dell'abitato.
Infatti, quando venne costruita (1717), la chiesa dell'Addolorata si trovava fuori il centro abitato e lì sarebbe rimasta fino all'ultimo ventennio del XIX secolo. Una collocazione questa che sollecitò la fantasia degli abitanti i quali pensarono di illuminare con le "fracchie" la strada che la Madonna percorreva dalla sua chiesa fino alla Collegiata, dove era custodito il corpo del Cristo.
Incerta risulta l'etimologia del vocabolo "fracchia". Potrebbe derivare dal latino "fractus": rotto, spezzato, aperto (in riferimento al tronco dell'albero "aperto" per essere riempito di legna). Oppure, potrebbe trovare origine dal termine dialettale abruzzese "farchia" (torcia, fiaccola), trasformatosi per metatesi in "fracchia".

Fino agli anni 1950-1960 che hanno fatto registratre il picco demografico, l'economia si basava principalmente sull'agricoltura e sull'artigianato.
Tra gli artigiani, si sono distinti particolarmente gli orafi che si tramandavano il mestiere di padre in figlio (ricordiamo i Del Giudice, i Torelli, i Nardella, ecc.), ma muovendesi sempre secondo gli insegnamenti ed i canoni della Scuola Napoletana.
Dopo quegli anni, la città ha subìto un brusco calo della popolazione, causato dalla emigrazione degli abitanti alla ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita. Tali flussi migratori dapprima erano diretti verso le Americhe e l'Australia, poi hanno interessato la Germania, la Francia, il Belgio e le grandi aree industrializzate del Settentrione d'Italia.

 
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